Reportage di viaggio di una bistecca
Sono le prime luci dell’alba. I campi sono ancora coperti da uno strato di brina e da essi si alza una spessa coltre di condensa. Muggiti, rumori metallici e vociare umano cominciano ad animare l’allevamento intensivo da dove parte il nostro suggestivo e originale reportage di viaggio.
Non tanto originale, francamente. E’ normale, tragicamente normale. Ripetuto, decine di centinaia di migliaia di volte ogni giorno, ogni singolo giorno. Ieri, oggi, domani, dopodomani. Una delle vacche di razza olandese, quelle tanto belle a pezze bianche e nere, di un allevamento della provincia di Piacenza ha appena dato alla luce un vitellino dopo essere stata inseminata artificialmente. Un piccolo grande scricciolo di 50 kg. Bianco e nero come la mamma col nasino tutto rosa. Non riesce a tenersi sulle zampe e la mamma lo lecca, lo spinge con qualche affettuosa musata per incoraggiarlo e fargli sentire la sua presenza.
Non ha un nome, no. Come sua mamma, d’altronde. Ogni bimbo umano quando nasce ha un nome. I genitori spesso e volentieri decidono il nome ancor prima del parto, sul nome si aprono grandi discussioni e si sceglie nel caso in cui sia maschio e nel caso in cui sia femmina. E poi c’è un nome di riserva nel caso in cui il parto sia gemellare.
Anche i cani, specialmente quelli di razza, hanno un nome: i cagnolini di una stessa cucciolata figli di campioni hanno un nome che inizia per la stessa iniziale, addirittura. Black, Billy, Buck.
Il vitellino nasce e vive invece senza un nome. Dopotutto, ce ne sono troppi per pensare un nome per ognuno e poi a che serve? Nessuno lo chiamerebbe mai. Subito dopo la sua nascita, però, viene identificato. Non viene lasciato del tutto a se stesso, povero piccolo bove: gli vengono sparate su entrambe le orecchie, sulle cartilagini, quelle con un gran numero di terminazioni nervose, delle marche auricolari.
Questo serve per fare i dovuti controlli legali e perché gli allevatori si premurano della tracciabilità del loro prodotto e della salute dei propri fedeli consumatori che lo gusteranno. Gli esperti assicurano che questa operazione non sia dolorosa. Forse dovrebbero provarla prima sui propri padiglioni auricolari per continuare a sostenere la stessa cosa.
Noi lo chiameremo XYZ e questi sono i suoi giorni più felici. Anche se mamma e cucciolo non vengono accarezzati dai tiepidi raggi del sole, anche se non possono pascolare sulla tenera erba verde e respirare l’aria fresca, sono vicini tra loro. In questo caso la mamma è nutrice e quindi potrà stare vicino al proprio piccolo per circa 6-8 mesi. Se fosse lattifera, invece, come ce ne sono tantissime, starebbe vicina al vitellino solo qualche giorno, il tempo di somministrargli il colostro. Poi il vitello sarebbe allontanato da lei perché il suo latte possa abbeverare bocche di umani adulti. Ma questo è un altro reportage.
Trascorrono i 6-8 mesi in spazi angusti e monotoni e il piccolo torello viene castrato e allontanato dalla madre. Inizia la sua nuova vita, là nel suo stabulario forse neppure sufficiente a che si giri su se stesso. Di fianco a lui, alla sua sinistra XYZ-1 e alla sua destra XYZ-2. E poi in tutto l’allevamento, in tutti gli allevamenti dell’Emilia-Romagna, d’Italia, d’Europa e del pianeta tanti, tantissimi ennesimi XYZ. Così, in queste tragiche condizioni di prigionia, indifferenza quando va bene e violenza quando va male, tutti i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni. Mentre noi lavoriamo, dormiamo, scherziamo, mangiamo, viviamo la nostra vita. Quando ce ne ricordiamo e anche quando ce ne dimentichiamo. XYZ vivrà alla catena per tutta la sua vita, mangerà un trinciato di gusto cattivo e sarà imbottito di antibiotici, farmaci, anabolizzanti, ormoni.
Tortura, rovina ambientale, sociale, economica, spirituale. L’allevamento dei manzi è ormai riconosciuto essere l’attività umana di maggior impatto ambientale, con un 20% di contributo all’effetto serra, senza contare gli enormi sprechi d’acqua, l’eliminazione dei liquami, l’iniqua distribuzione dei cereali a livello mondiale che finiscono nelle bocche dei manzi lasciando vuote quelle del miliardo di persone denutrite.
Dopo questi due anni XYZ finisce la prima fase del suo compito: ingrassare. E’ terminata la sua permanenza nell’allevamento da cui verrà prelevato, insieme ad altri suoi omologhi, e verrà trasportato per lunghi chilometri sotto il sole, la canicola estiva, e finalmente potrà vedere il sole e sentire l’aria sul suo corpo nel giorno della sua morte.
E così il triste viaggio terreno di XYZ finirà in un macello. In un mattatoio. In un luogo sporco, maleodorante, solcato da fiumi di sangue e assordato da urla disperate, popolato da operai automi. XYZ oggi sale sul camion e muore. Forse è una liberazione ma è l’ennesima tortura.
Tortura perché sa che deve morire perché, dopo il lungo viaggio, quando entrerà spinto nel macello sentirà i versi strazianti dei suoi fratelli che sono a un passo dalla morte. Gli automi gridano, ridacchiano, spingono, tirano calci. Hanno violenza repressa che sfogano su creature tanto potenti quanto mansuete.
E’ una catena di smontaggio. In fila, uno dopo l’altro. Ora è il turno di XYZ. E lui non ci può fare niente tranne che guardare la morte in faccia. Viene stordito con una pistola cosiddetta captiva la cui punta in ferro penetra nel suo cranio senza però ucciderlo. Viene così appeso per gli arti posteriori e un operaio infilerà un lungo coltello nella sua gola per recidere la giugulare. E morirà dissanguato. Litri e litri di sangue.
Non tutti gli animali vengono storditi. Vengono sgozzati quando sono ancora coscienti, vengono fatti a pezzi quando sono ancora coscienti ma a XYZ è andata bene. Bene. Lui è stato stordito: i veterinari assicurano che non sente alcun dolore. Gli stessi veterinari che dicono che le marche auricolari non danno alcun fastidio. Esalato l’ultimo respiro, verrà eviscerato e sezionato. Svuotato dalle sue viscere da operai specializzati e tagliato per il lungo per apprezzarne la simmetria. E quello che rimane del nostro povero amico verrà fatto frollare. Cioè la sua carne comincerà ad andare incontro ad un processo di putrefazione. Questo è quello che avviene ai pregiati tagli.
Al telegiornale dovrebbero raccontare di un assassinio, di come uomini senza scrupoli e cuore hanno ucciso e fatto a pezzi un innocente. Di come multinazionali senza scrupoli basino i propri sporchi profitti generati più da sussidi statali che da una reale efficienza produttiva.
Oggi bisognerebbe piangere e pregare. Oggi e domani per miliardi di volte. E chiedere perdono per un’ecatombe planetaria. Oggi bisognerebbe celebrare un funerale. Ma ciò, tutto ciò, non avviene.
Le celebrazioni come vedremo tra poco sono altre. Per esempio, questa. Stasera Giovanni ha invitato a cena Sabrina. E’ un evento speciale perché è il loro primo appuntamento. Lui vuole impressionarla, positivamente s’intende (o almeno si spera), portandola in un ristorante con griglieria, una moda sempre più diffusa. Un ristorante che non faccia anche da griglieria non è un ristorante che si rispetti e oggi lo chef si è fatto recapitare una decina di chili di manzo. Dieci chili di XYZ. Una porzione di XYZ. Questo è il suo secondo compito: riempire gli stomaci dei golosi.
Torniamo al romantico (o romanzico) incontro. Non si capisce perché le persone scelgano posti del genere, forse perché la carne morta evoca la carne viva? Può essere, bella fantasia macabra! Se proprio dobbiamo stare all’interno di questa simbologia forse è meglio parlare di frutta che è molto più simbolica: basti pensare alla banana o alla prugna!
Insomma i due prendono posto, si scambiano qualche battuta su quanto sia carino il posto, si lanciano alcuni sguardi complici e, superato l’imbarazzo della scelta che il menù propone, ordinano il piatto forte: una costata di manzo alla griglia. Dopo una breve attesa il cameriere porta sorridente sulla tavola dei due neo-innamorati due bistecche fumanti, accompagnate da qualche simpatica e non violenta patata al forno.
E’ un viaggio con tante destinazioni quello di XYZ. Un pezzo a Milano in zona Navigli, un altro in zona Fiera, poi in centro e così via. La carne di qualità è richiesta. Non si può di certo lamentare, XYZ: dopo una vita noiosa, sempre nello stesso solito angusto posto, ora può finalmente visitare posti diversi!
Ma non è ancora finita, il tragitto prosegue. Inesorabile. Dalla griglia al piatto e dal piatto alla bocca. Durante l’amabile conversazione, Giovanni e Sabrina tagliano, infilzano e masticano quel pezzo di cadavere cotto su una griglia. Sminuzzano il boccone innaffiandolo con un po’ di buon vino che fa scivolare meglio il tutto. La serata prosegue a gonfie vele e il cameriere soddisfatto ritira i piatti vuoti dei due che fanno i complimenti del caso.
Ora la bistecca è al riparo. Nello stomaco, forse ancora nell’esofago e qualche filamento rimasto tra i denti ci sarà. Giovanni e Sabrina non lo sanno ma la digestione e la stagnazione di quella carne (e di tutta la carne che hanno mangiato e che mangeranno) comporterà lo sviluppo di sostanze tossiche come cadaverina, putrescina, acido urico, acido acetico, acido lattico, gas, indolo, scatolo, accompagnati da benzopirene azotato (che si sviluppa con la cottura alla griglia) e da aldeide malonica senza dimenticare batteri, virus e tutti i farmaci e gli ormoni assunti dall’animale.
Ma che importa? Che importa dell’acidificazione del corpo, che importa di essere complici dell’uccisione di un animale, di avere introiettato nel proprio corpo energetico la sua paura di morire, che importa se ci esponiamo ad un rischio molto maggiore di cancro al colon, allo stomaco, all’utero, all’ovaio, a malattie cardiocircolatorie, degenerative, al diabete? Che importa se riempiamo il nostro intestino di incrostazioni, parassiti, vermi? Che importa se distruggiamo l’ambiente con la nostra “alimentazione”? Che importa se un miliardo di persone soffre la fame? Ora è il momento del bacio e che importa del resto? Giovanni saggiamente offre a Sabrina un chewing gum allo xilitolo che copre ogni problema causato dall’invadente XYZ. Lo xilitolo: la panacea di un primo appuntamento.
Dopo il bacio e un sorriso, i due fanno ritorno alle loro abitazioni, pieni di carne morta e desiderosi di carne viva (la schizofrenia dell’uomo non ha mai fine!) ma il viaggio del defunto XZY non è ancora finito. Se tutto va bene quella bistecca, il povero e deturpato residuo di una vita fatta nascere solo per essere ingrassata e uccisa, rimarrà nell’intestino circa 18 ore, in cui le sostanze che abbiamo prima citato festeggeranno fino a tarda notte e fino al giorno dopo. E magari con l’aiuto di un preparato a base di senna o un farmaco lassativo XYZ terminerà il proprio viaggio nel wc ma lasciando qualche incrostazione intestinale che si andrà ad aggiungere alle altre centinaia già presenti.
Insomma, questa è la triste storia di uno dei miliardi di manzi uccisi per comparire a pezzi in tavola. Nelle abitazioni, nelle mense, nei bar, nei ristoranti. Ogni giorno per il nostro palato. La maggior parte della gente non ci riflette. Presa dai mille impegni quotidiani e da pigli egoistici relega il cibo a puro ed effimero riempitivo di un vuoto di stomaco (e spesso esistenziale) e a baluardo fortemente simbolico di un vivere conviviale. E delega un’attività criminale come l’allevamento e la macellazione. Tanto normale quanto scellerata, tanto quotidiana quanto inaccettabile. Non a caso si parla di fette di salame sugli occhi, ma questa è un altra storia. Il salame è maiale, qui parliamo di un manzo. Di uno dei miliardi di manzi che vengono ammazzati ogni anno.
Addio XYZ. Nato senza nome, incarcerato, torturato e ucciso in un macello, finito in un wc dopo aver incrostato per bene un corpo candidato al cancro al colon. O allo stomaco, chissà.
Francesca Fugazzi
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