Dal lavoro agricolo di Mohammed Hmidat al progetto solidale Cocomero & Friends, fino al sacrificio della ONG World Central Kitchen: tre esempi di come cucinare, coltivare e condividere cibo possa diventare un atto di resistenza e di vita
Il cibo è molto più di nutrimento, è identità, memoria, cultura, ma soprattutto resistenza. In contesti di guerra e oppressione, cucinare o coltivare la terra può diventare un atto politico e di sopravvivenza. In Palestina, una delle regioni oggi più ferite dal conflitto, il cibo è anche strumento di autodeterminazione, solidarietà e speranza.
In questo articolo di Francesco Bevilacqua, caporedattore di Italia che Cambia, si raccontano tre storie emblematiche: quella di Mohammed Hmidat, agronomo impegnato nella sovranità alimentare palestinese; quella di Cocomero & Friends, un progetto italiano che unisce cucina vegana e solidarietà; e quella della ONG World Central Kitchen, i cui volontari hanno perso la vita portando aiuti a Gaza. Tre volti diversi di una stessa idea: il cibo è vita, e cucinarlo è resistere.
Guerra e cucina, storie di resistenza di Francesco Bevilacqua
Il cibo è vita. Certo, da punto di vista biologico è scontato che sia così: abbiamo bisogno di alimentarci – e di farlo in maniera salutare, etica e sostenibile – per campare. Ma il cibo è vita anche da un altro punto di vista. È vita quando cucinare, coltivare, trasformare alimenti diventa un atto di resistenza. Il cibo è vita e cucinarlo è resistere. Lo testimoniano tre storie che vorrei raccontarvi e che si svolgono in una delle terre oggi più insanguinate: la Palestina. Sono tre storie di speranza e di morte, di lotta e di solidarietà. Le protagoniste sono persone che non si arrendono, che mettono in gioco la propria vita per stare dalla parte dei più deboli, delle vittime di un cieco capitalismo bellico che per sopravvivere si nutre di tutto: denaro, terre, beni, vite umane.
Mohammed Hmidat: coltivare la terra come atto di libertà
In quasi tutto il mondo coltivare e vendere prodotti agricoli è un lavoro come un altro. Ma in Palestina, coltivare è resistere. Lo sa bene Mohammed Hmidat, agronomo palestinese di Ramallah, docente di tecnologia alimentare e ingegneria agricola all’Università Al-Quds e direttore generale di Al Reef, una società che esporta prodotti palestinesi nei circuiti del commercio equo.
Durante una recente visita in Italia, ospite di Altreconomia, il collega Andrea Degl’Innocenti, direttore di Italia Che Cambia, ha avuto modo di incontrarlo e farsi raccontare la sua storia. In quasi tutto il mondo questa potrebbe essere un’attività come un’altra: coltiva datteri, mais, zafferano, confeziona dei prodotti e li vende. Ma per i contadini palestinesi la terra è vita: in Palestina infatti coltivare non è solo un lavoro, ma un atto di sopravvivenza e autodeterminazione. Difendere la terra significa difendere l’economia, la cultura e la dignità delle persone. Mohammed Hmidat e al Reef lavorano con i circuiti di commercio equo e questo è un tassello fondamentale, poiché non è solo un modo per vendere prodotti, è una forma concreta di resistenza nonviolenta e di sovranità alimentare. Difendere la terra significa difendere la vita stessa.
Cocomero & Friends: cucinare come atto politico e solidale
Anche la seconda storia si svolge a cavallo di Italia e Palestina ed è quella di Cocomero. Il nome di questo progetto non è stato scelto a caso: da anni la censura ostacola o vieta addirittura l’esposizione di bandiere palestinesi, così si è diffuso il costume di sostituirle con un cocomero, coltivazione tradizionale del territorio i cui colori – rosso, verde, bianco e il nero dei semi – richiamano quelli della bandiera della Palestina. Per questo alcune food blogger italiane – fra cui Cristina Mauri, che ho avuto il piacere di conoscere – hanno lanciato Cocomero & Friends, un libro di ricette cruelty free e completamente vegetali con 59 proposte accompagnate da 17 scritti originali e 13 opere grafiche. L’obiettivo? Raccogliere fondi per comprare cibo, tende, medicine per civili palestinesi.
“L’azione – mi ha raccontato Cristina a nome dello staff di Cocomero – è l’unica soluzione ai mali del mondo, forti di questa consapevolezza ci siamo messe subito a fare quello che sappiamo fare meglio, cioè cucinare. Cucinare è un atto di amore, un atto politico – pensate a ogni volta che scegliamo cosa mettere nel piatto –, ma è anche una potente forma di resistenza”.
Non a caso le ricette proposte sono tutte vegane: “In un libro che nasce per condannare l’oppressione e sostenere i diritti del popolo palestinese, ci sembrava doveroso estendere questo messaggio. Scegliere ricette cruelty free non è solo una scelta alimentare, ma un atto politico e culturale che rifiuta ogni forma di violenza, sfruttamento e dominio, su chiunque. Una cucina quindi che unisce compassione, solidarietà e consapevolezza.


World Central Kitchen: nutrire la speranza in mezzo alla guerra
La terza storia è quella di World Central Kitchen, una ONG che da 15 anni lavora nei teatri più difficili del mondo – guerre, carestie, catastrofi naturali – per fornire aiuto immediato alle popolazioni locali sotto forma di cibo e collaborando con cuochi e chef locali per sensibilizzarli. Dalla Cambogia ad Haiti, dallo Zimbabwe a Cuba, lo staff di World Central Kitchen ha viaggiato in lungo e in largo per sostenere le persone in difficoltà. E non poteva mancare a Gaza. Ed è proprio lì che sette persone appartenenti alla ONG hanno trovato la morte, in occasione di una delle innumerevoli operazioni criminali messe a segno da Governo israeliano.
Era il 1° aprile dello scorso anno quando sette operatori umanitari – un palestinese, un’australiana, tre britannici, un polacco e un cittadino statunitense e canadese – stavano viaggiando nella città di Deir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza, per preparare una consegna di aiuti umanitari da poco arrivati a Gaza via nave, in un’operazione finanziata da vari paesi e coordinata con l’esercito israeliano. Improvvisamene il gruppo è stato attaccato prima da droni e poi da missili, in un’azione che secondo il quotidiano israeliano Haaretz sembrava tutto fuorché un errore. Impossibile sbagliarsi d’altra parte, visto che come dimostrano le immagini i mezzi – autorizzati dallo stesso esercito a operare – erano marchiati con evidenza WCK.
Sono queste tre storie molto diverse fra loro ma unite da un filo rosso: il cibo.
In un mondo che vuole omologare tutto – partendo da ciò che mangiamo – coltivare, produrre, cucinare è davvero un atto di resistenza. Resistenza che spesso si paga con la vita, ma resistenza che dà la vita.
Dà speranza, dà un senso agli orrori che ci circondano, dà una direzione per chi vuole creare alternative a questo sistema ripartendo dalle cose più semplici: un seme, una piantina, un pasto caldo e la voglia di condividerlo.
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