Dal degrado del suolo al cambiamento climatico, fino al ruolo dell’agricoltura industriale: Francesco Bevilacqua, caporedattore di Italia Che Cambia, ci guida in un’analisi profonda e urgente sul legame tra cibo e territorio
Ogni giorno facciamo scelte alimentari che sembrano riguardare solo ciò che arriva nel nostro piatto, ma in realtà coinvolgono qualcosa di molto più profondo: la salute del suolo. E oggi il suolo è in crisi. In questo contributo firmato da Francesco Bevilacqua, caporedattore di Italia Che Cambia – esperto di riduzione di scala, modelli economici alternativi e valorizzazione delle identità locali – viene approfondita una delle connessioni meno considerate eppure più cruciali del nostro tempo, quella tra alimentazione, consumo di suolo e crisi climatica.
Dai dati allarmanti sulla cementificazione e la perdita di fertilità, alla proposta di soluzioni concrete come l’agricoltura rigenerativa, l’articolo offre un quadro completo e necessario per comprendere come le nostre scelte alimentari possano avere un impatto diretto sul territorio e sul nostro futuro.
Alimentazione e suolo. Di Francesco Bevilacqua, Italia Che Cambia
Ogni anno la sicurezza alimentare di un miliardo e mezzo di persone è a rischio a causa del suolo. Già, perché spesso il processo mentale attraverso cui analizziamo ciò che arriva nel nostro piatto parte dal cespo d’insalata, dal pero carico di frutti o dalle patate che spuntano dal terreno. Poi si pensa alla qualità di questi prodotti, a come vengono coltivati, a quali sostanze sono impiegate per trattarli, addirittura a quanti chilometri percorrono per arrivare dalla terra alla tavola.
Tutto questo è giustissimo e sono passaggi che è fondamentale analizzare. Tuttavia manca forse il più importante, perché quantomeno dal punto di vista cronologico è il primo. Quasi mai, infatti, si prende in considerazione il suolo e la sua salute. Eppure è proprio da lì che deriva qualsiasi cosa mangiamo, in particolare se parliamo di una dieta vegetale. Secondo il movimento globale Save Soil, il 52% del suolo agricolo del Pianeta è degradato. Il recente rapporto ISPRA sul consumo di suolo parla di quasi 45.000 ettari “mangiati” dal cemento fra il 2006 e il 2023 solo in Italia e stima in una cifra che va dai 7 ai 9 miliardi di euro all’anno l’impatto economico della perdita di suolo fertile.
Potrei riempire pagine e pagine di dati allarmanti sulla questione, ma questi per ora sono sufficienti. Il passaggio successivo della nostra analisi riguarda l’individuazione delle ragioni di ciò che sta avvenendo. A una ho accennato poco sopra: la cementificazione avanza a ritmi preoccupanti – 20 ettari al giorno – e questo riduce le aree fertili e coltivabili e concorre in maniera preoccupante all’impermeabilizzazione del terreno, che a sua volta espone maggiormente il territorio a un altro dei fattori che determinano la perdita di suolo ovvero i cambiamenti climatici.
Essi hanno un impatto particolarmente significativo soprattutto se parliamo di superficie agricola: come fa notare la rivista Valori in uno studio sul tema, l’area mediterranea – di cui l’Italia è il nocciolo – è un hotspot climatico e questo vuol dire che il riscaldamento globale fa sentire in maniera plateale la sua presenza – in Italia nel 2024 per la prima volta le temperature sono aumentate di più di 1,5°C rispetto all’era preindustriale – e gli eventi climatici estremi, deleteri per la salute del comparto agricolo, sono ormai all’ordine del giorno – secondo Legambiente, dal 2015 se ne verifica più di uno all’anno fra grandinate, siccità, alluvioni, trombe d’aria e altri fenomeni.
La straordinaria diversità climatica e biologica dell’Italia determina in questo scenario una sorta di spaccamento fra Sud e Nord, il primo sempre più preda della desertificazione, il secondo ostaggio di dissesto idrogeologico e alluvioni sempre più frequenti. Fra i molti effetti di questa situazione c’è, com’è facile intuire, anche un aumento dei prezzi. Non solo frutta e verdura cominciano a costare di più – uno studio pubblicato su Nature parla di un +3% entro i prossimi dieci anni –, ma anche i costi correlati, soprattutto quelli per gli operatori del settore – penso, ad esempio, alle assicurazioni – stanno lievitando.


In uno scenario tendente al catastrofico, le scelte dei singoli assumono un ruolo centrale. L’agricoltura industriale – che, ricordiamolo, è finalizzata per circa il 70% a un consumo animale –, con l’ampio utilizzo di fertilizzanti e diserbanti, la meccanizzazione e la perdita di biodiversità provocata dalle grandi monocolture intensive, gioca un ruolo di primo piano nel processo di degrado del suolo. Come fa notare la ONG Deafal, gli studi della FAO hanno rilevato che si disperde nell’ambiente più dell’80% dell’azoto e dal 25% al 75% del fosforo impiegati in agricoltura i quali, principalmente, vengono dilavati nel sottosuolo. Questo fenomeno porta un ulteriore dilavamento dei microelementi presenti naturalmente nel terreno, impoverendolo e minando la fertilità del suolo.
Optare per prodotti che non provengano da queste filiere è dunque importantissimo. Ma c’è chi fa ancora di più: si stanno diffondendo sempre più metodi come l’agricoltura biologica e l’agricoltura organica rigenerativa, che al tempo stesso garantisce prestazioni produttive di buon livello e rigenera il terreno servendosi di tecniche antiche combinate con la moderna tecnologia scientifica, come le fermentazioni, la solubilità degli elementi minerali e la degradazione della sostanza organica.
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