Il recente disegno di legge sulla caccia mette a rischio lo stambecco, l’animale simbolo delle Alpi salvato dall’estinzione nell’Ottocento
Una specie simbolo, salvata in extremis dall’estinzione nel diciannovesimo secolo e legata indissolubilmente alla nascita delle prime aree protette d’Italia, rischia oggi di tornare nel mirino dei fucili. Scopriamo insieme cosa sta accadendo e perché il nuovi disegno di legge mette a rischio gli stambecchi.
L’approvazione di un emendamento cruciale al disegno di legge n. 1552 – noto come Ddl Malan, volto alla riforma della storica legge quadro 157/92 – segna una delle pagine più oscure e controverse della recente attività parlamentare in materia ambientale. Il provvedimento apre ufficialmente la strada alla caccia allo stambecco, scardinando un impianto di tutele secolare.
Questo scenario non è isolato, ma si inserisce in un contesto politico più ampio di radicale inasprimento e ampliamento dell’attività venatoria a livello nazionale. A complicare il quadro intervengono le forti spinte autonomiste delle Province Autonome di Trento e Bolzano, che rivendicano una gestione unilaterale della fauna alpina. La tutela degli ecosistemi si sta trasformando da priorità scientifica a terreno di scontro ideologico e concessione elettorale, mettendo l’Italia in rotta di collisione con i trattati internazionali e l’Unione Europea.
Il paradosso storico: dallo sterminio alla salvezza reale
Per comprendere appieno la gravità della situazione attuale, è necessario riavvolgere il nastro della storia del nostro Paese. Già nei primi decenni dell’Ottocento, lo stambecco alpino (Capra ibex) era ridotto a pochissimi esemplari confinati sui massicci più impervi della Valle d’Aosta, decimato da una caccia spietata e incontrollata.
Fu la lungimiranza – mossa, all’epoca, da scopi venatori dinastici ma rivelatasi strutturalmente salvifica – della casa reale dei Savoia a decretarne la sopravvivenza. Nel 1836 il re Carlo Felice istituì la Riserva Reale del Gran Paradiso, vietando la caccia allo stambecco a chiunque al di fuori della corona. Successivamente Vittorio Emanuele II potenziò il corpo delle guardie reali (gli antenati degli odierni guardaparco), permettendo alla specie di riprodursi e superare la soglia critica dell’estinzione.
Quell’antico nucleo protetto pose le basi per la nascita, nel 1922, del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano, di cui lo stambecco è fiero simbolo. Oggi, grazie a decenni di rigidi progetti di protezione e reintroduzione, si contano circa 15.000 esemplari sul versante italiano delle Alpi. Tuttavia, la comunità scientifica avverte: lo stambecco resta una specie geneticamente fragile a causa dell’effetto “collo di bottiglia” subito nel diciannovesimo secolo (tutti gli stambecchi attuali discendono da quell’unico esiguo nucleo superstite).
Riaprire la caccia a questo animale non significa solo compiere un passo indietro culturale, ma minacciare la stabilità di popolazioni isolate e biologiche estremamente complesse.
I dettagli del Ddl Malan
La modifica alla legge quadro sulla caccia discussa nelle commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato non si limita all’introduzione dello stambecco tra le specie cacciabili. Il testo emendato dalle forze di centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) delinea una deregolamentazione sistematica dell’attività venatoria. Le denunce sollevate dalle associazioni ambientaliste e protezioniste, in particolare dalla LAC (Lega Abolizione Caccia), mettono in luce un elenco di interventi invasivi:
- Inclusione di specie protette. Oltre allo stambecco, l’elenco delle specie cacciabili viene esteso alla rara oca selvatica, una specie migratrice protetta. Parallelamente, il lupo viene declassato, perdendo lo status di specie “particolarmente protetta”, aprendo la strada a futuri piani di abbattimento selettivo.
- Invasione dei territori demaniali. Viene autorizzata l’apertura della caccia nelle foreste demaniali e la presenza dei cacciatori nel demanio marittimo, aree finora preservate per garantire corridoi ecologici intatti.
- Tecnologie belliche e caccia notturna. Il ddl autorizza i sistemi di puntamento a conversione o amplificazione della luce residua (visori notturni), tecnologie esplicitamente proibite dalla Convenzione di Berna poiché annullano ogni residua possibilità di fuga dell’animale.
- Caccia in condizioni estreme. Si abbattono i divieti storici legati alla caccia nei valichi montani – imbuti geografici fondamentali per gli uccelli migratori stremati dal volo – e sui terreni completamente innevati, dove gli animali selvatici sono macroscopicamente vulnerabili.


Lo scontro nascosto con l’Unione Europea
Questo tentativo di “raschiare il fondo del barile” degli ecosistemi italiani ha già innescato la reazione di Bruxelles. Lo scorso dicembre la Commissione Europea ha inviato una lettera formale al governo italiano manifestando profonde preoccupazioni in merito al provvedimento, evidenziando come le modifiche contenute nel Ddl Malan violino apertamente le Direttive europee “Uccelli” e “Habitat”.
Come denunciato dai tavoli delle associazioni ecologiste, questa lettera è stata tenuta nascosta dall’esecutivo per non frenare l’iter parlamentare della riforma. L’Italia rischia ora l’ennesima procedura d’infrazione comunitaria, con pesanti sanzioni economiche che ricadranno sulla collettività, pur di assecondare le richieste delle lobby venatorie più oltranziste, decise a scavalcare i pareri scientifici vincolanti dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).
Lo scenario locale: l’anomalia autonomista di Trento e Bolzano
A complicare in modo drammatico lo scenario nazionale si innesta la questione delle autonomie locali. Le Province Autonome di Trento e Bolzano, forti della recente evoluzione e applicazione dei propri Statuti di Autonomia, stanno portando avanti una politica di forte inasprimento e gestione unilaterale della fauna selvatica, in particolare dei grandi carnivori (orsi e lupi) e degli ungulati.
Grazie alle competenze primarie in materia di caccia e protezione della fauna ereditate dai rispettivi statuti speciali, i governi locali del Trentino-Alto Adige rivendicano il diritto di decidere autonomamente quote e modalità di abbattimento, bypassando le linee guida statali e i pareri scientifici nazionali dell’ISPRA. Questo crea un pericoloso precedente giuridico e biologico: la frammentazione della tutela della biodiversità. Gli animali non conoscono i confini geopolitici; un lupo o uno stambecco protetto a livello nazionale rischia di perdere ogni reale salvaguardia non appena varca i confini di una provincia autonoma, trasformando il territorio alpino in un mosaico di “distretti di caccia speciali”.
Riflessione: la fauna come bene comune, non come trofeo
Noi di Veggie Channel non possiamo limitarci alla cronaca politica e normativa dei fatti; sentiamo il dovere di proporre una profonda riflessione.
La fauna selvatica, secondo l’art. 1 della stessa legge 157/92 (e in perfetta armonia con il novellato Articolo 9 della Costituzione Italiana, che tutela l’ambiente, la biodiversità e gli animali), è “patrimonio indisponibile dello Stato”. Questo significa che gli animali selvatici appartengono alla collettività, alle generazioni future, all’equilibrio biologico della Terra, e non a una ristretta corporazione di privati cittadini dotati di licenza di uccidere.
L’idea di trasformare lo stambecco in un bersaglio rappresenta il fallimento culturale della nostra classe politica e di tutti noi come essi umani.
Lo stambecco è un animale emblematico per la sua confidenza: abituato a due secoli di rigorosa protezione nei parchi nazionali, ha perso parzialmente la memoria della paura nei confronti dell’essere umano. Spesso si lascia avvicinare dagli escursionisti lungo i sentieri d’alta quota, immobile e fiero sulla roccia. Autorizzare la caccia a un animale che non scappa non è “attività venatoria”, non è gestione del territorio: è un’esecuzione mirata a collezionare un trofeo, una regressione morale che cancella l’empatia e l’etica ecologica.
Nell’epoca storica in cui stiamo vivendo, in cui già il clima ci mette del suo, la fauna alpina avrebbe bisogno di piani straordinari di tutela. Rispondere a questa crisi ambientale liberalizzando i fucili, inserendo visori notturni e autorizzando la caccia persino sulla neve significa abdicare al ruolo di custodi della natura per assecondare un becero tornaconto elettorale.
Il testo del Ddl Malan si appresta ad approdare nell’Aula del Senato. È tempo che la società civile, i cittadini consapevoli, il mondo scientifico, le associazioni animaliste e i movimenti ecologisti facciano sentire la propria voce in modo unito e vigoroso. Difendere lo stambecco, tutelare il lupo e l’oca selvatica significa difendere l’idea stessa che la natura non sia una proprietà privata sacrificabile, ma un patrimonio comune da custodire intatto. Non permettiamo che la storia biologica d’Italia venga riscritta a colpi di fucile!
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