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Quando la fauna selvatica diventa merce: il lato economico del Ddl Caccia

Dalla tutela della biodiversità al profitto privato: come la nuova legge sulla caccia trasforma i nostri boschi in un asset economico

Esiste un confine sottile, ma politicamente invalicabile, che separa l’idea di protezione ambientale da quella di gestione utilitaristica del territorio. Per decenni la legislazione italiana – ancorata all’Articolo 9 della Costituzione – ha considerato la fauna selvatica come un bene indisponibile dello Stato da salvaguardare. Un patrimonio collettivo, di tutti e di nessuno, la cui tutela era sottratta alle dinamiche del profitto privato per essere consegnata al principio superiore della conservazione biologica.

Oggi, tuttavia, l’analisi dei recenti provvedimenti in materia venatoria e agricola ci costringe a prendere atto di una transizione silenziosa ma radicale: lo slittamento della natura da ecosistema protetto a risorsa economica da normare, mettere a valore e inserire nelle catene di montaggio del mercato globale.

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Il patrimonio collettivo diventa merce

La narrazione pubblica tende spesso a ridurre il dibattito sulla caccia a uno scontro ideologico tra opposte fazioni. Questa lente superficiale impedisce però di cogliere la reale portata della riforma in atto. Il vero mutamento non è solo venatorio, è strutturale ed economico. Al centro dei nuovi orientamenti legislativi emerge una volontà precisa: quella di integrare la fauna selvatica all’interno dei processi produttivi e commerciali dell’agroindustria nazionale.

Laddove il collasso climatico e l’antropizzazione forzata hanno generato squilibri biologici – si pensi alla proliferazione di alcune specie di ungulati – la soluzione scelta dal legislatore non è stata il ripristino dei naturali meccanismi regolatori degli ecosistemi, bensì l’istituzionalizzazione del conflitto. Trasformare il cacciatore in un “bioregolatore” di pubblica utilità e aprire le porte dei terreni agricoli e delle aree protette all’abbattimento sistematico risponde a una logica aziendale, non ecologica.

La fauna cessa così di essere un soggetto da tutelare e viene ridefinita come un asset, una materia prima da gestire attraverso due canali commerciali specifici e ad alto rendimento: il turismo venatorio privato e la filiera della carne di selvaggina.

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Il ruolo delle grandi sigle e la privatizzazione dei boschi

In questo scenario il ruolo delle grandi sigle dell’agroindustria nazionale, prima fra tutte Coldiretti, si rivela nodale. Non si tratta di muovere accuse dirette, ma di osservare con rigore analitico una strategia di posizionamento economico. Una riflessione quindi, che sorge spontanea quanto urgente. L’agroindustria moderna non rappresenta più la frammentata agricoltura contadina di un tempo, ma una filiera integrata che unisce la proprietà della terra alla grande trasformazione industriale e alla distribuzione.

In quest’ottica la terra e tutto ciò che la abita devono rispondere a criteri di efficienza e rendimento. La spinta verso la commercializzazione della carne di selvaggina e il potenziamento delle aziende agrituristico-venatorie risponde esattamente a questa visione: privatizzare l’atto venatorio all’interno dei fondi privati per monetizzarlo. I boschi e i campi coltivati smettono di essere lo spazio della biodiversità e diventano distretti commerciali del fucile, dove la giornata di caccia si trasforma in un servizio turistico d’élite e l’animale abbattuto nell’anello iniziale di una redditizia filiera alimentare.

Il pretesto della “gestione delle emergenze” diventa così il volano per la creazione di un nuovo mercato legalizzato e strutturato, dove il profitto privato si sostituisce alla responsabilità pubblica della tutela.

Una domanda etica per il futuro dell’ambiente

Questa transizione ci pone di fronte a un interrogativo etico profondo che scuote le fondamenta stesse del nostro modello di sviluppo. Se accettiamo il principio che ogni elemento della natura – sia esso il codice genetico di una pianta modificata in laboratorio o la vita di un animale nei boschi – debba essere normato solo in funzione della sua produttività economica, rinunciamo alla possibilità stessa di un futuro sostenibile.

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L’errore metodologico dell’antropocentrismo economico è l’illusione che l’artificio possa sostituire l’equilibrio naturale senza conseguenze. Ma la storia ecologica del nostro Paese ci insegna che ogni volta che abbiamo forzato le leggi della natura per piegarle alle esigenze del profitto industriale, il conto finale è sempre stato pagato dalla collettività in termini di salute, perdita di biodiversità e degradazione del territorio.

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Sollevare il velo su queste dinamiche, comprenderne i legami finanziari e politici che uniscono i laboratori biotecnologici ai confini delle riserve di caccia private, non è un esercizio di retorica. È un atto di ecologismo profondo e consapevole. È il tentativo di ricordare, prima che sia troppo tardi, che esistono cose che non possono avere un prezzo, perché il loro valore risiede semplicemente nel diritto di esistere.

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Edito da

Naturopata, food coach e dottoressa in psicologia, esperta di alimentazione ed igiene naturale, di tecniche di rilassamento e mindfulness, vegan food blogger, segue attraverso consulenze online le persone nel cambio di alimentazione e di stile di vita. Conduttrice radio/tv, attrice ed autrice di libri per bambini e ragazzi. Suo il blog www.isabellavendrame.com in cui trovare articoli e ricette. Segue da diversi anni un'alimentazione vegetale e senza glutine, genuina e naturale, uno stile di vita che le ha regalato salute, sorriso e benessere.

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