Dalla regia di Fabrizio Gammardella, un viaggio inedito tra sport, gusto e storie di vita: la sfida di cambiare prospettiva oltre ogni pregiudizio
Dimenticate le immagini forti e i toni cupi a cui ci ha abituato una certa cinematografia di settore. Il mondo vegan sta cambiando pelle e, con esso, anche il modo di raccontarlo. Arriva il trailer di “Maledetti vegani”, un’opera che sceglie una strada coraggiosa e solare: quella della narrazione pura, del confronto e della scoperta quotidiana.
Non si tratta della classica inchiesta di denuncia, ma di un film corale pensato per tutti. Attraverso le testimonianze di atleti straordinari, il coinvolgimento di professionisti del settore, di food blogger, di animalisti, di persone onnivore pronte a mettersi in gioco, il regista Fabrizio Gammardella ci porta dentro un universo fatto di performance fisiche, eccellenza gastronomica e riflessioni etiche profonde. Un racconto necessario per abbattere i cliché, per andare oltre i soliti pregiudizi e mostrare che la scelta plant-based non è una rinuncia, ma un’evoluzione appassionante e possibile.
L’intervista: incontro con il regista Fabrizio Gammardella
Abbiamo rivolto alcune domande a Fabrizio per capire come è nato questo progetto e cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo racconto cinematografico.
Fabrizio, partiamo dal titolo: “Maledetti vegani”. È una provocazione forte: a chi si rivolge realmente e cosa vuoi comunicare con questo nome?
L’idea nasce dalla mia esperienza personale. Sono stato vegetariano per quasi 13 anni, prima di diventare totalmente vegano, 5 anni fa. Nel corso di questo lunghissimo periodo mi è sempre capitato di percepire una certa insofferenza generale nei confronti di chi sceglie questo stile di vita. Che si tratti di una ricorrenza familiare, della pizza fuori con gli amici o della vacanza all’estero, la sensazione è che il “vegano” rappresenti un elemento di disturbo nella quotidianità di chi consuma prodotti di origine animale. È il nipote a cui la nonna non sa più cosa cucinare, l’amico che suda freddo quando arriva il menù delle pizze, il fidanzato/a terrorizzato all’idea di dover escogitare mille trucchi per non “morire di fame” quando va in vacanza. E quindi cosa dire ad un piantagrane seriale del genere se non: “Maledetto vegano”.
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Hai scelto di non puntare i riflettori sugli allevamenti intensivi o sullo sfruttamento, temi già molto trattati. Perché hai sentito l’esigenza di raccontare il mondo vegan in questo modo nuovo?
Mettiamoci nei panni di chi è culturalmente condizionato nel mangiare prodotti di origine animale fin dall’infanzia (praticamente tutti). Non percepisce il mondo circostante nella stessa maniera nella quale è percepito da chi apre gli occhi sugli orrori dell’industria della carne, dei latticini o dell’abbigliamento. Poiché è su un’altra lunghezza d’onda, credo abbia bisogno di tempo per assorbire immagini forti come quelle che si vedono spesso nei documentari d’inchiesta. Anche di fronte a prove tangibili o immagini incontrovertibili, il sapore che resta in bocca dopo la visione di questi prodotti è molto amaro. Forse troppo. La mia filosofia è di puntare invece su tutto quello che di positivo ruota attorno alla scelta di vita vegana. Volevo girare un documentario che invogliasse gli onnivori ad ascoltare un diverso punto di vista senza sentirsi necessariamente giudicati. Puntare il dito contro altri, per me resta una strategia totalmente controproducente. Non la condivido e quindi ho preferito esplorare altre vie di comunicazione.
Nel documentario vediamo persone onnivore approcciarsi alla cucina vegetale. Quali sono stati i dubbi più comuni che hanno espresso e quale “scoperta” li ha colpiti di più?
Più che esprimere dubbi, quasi tutti sono rimasti piacevolmente sorpresi dal livello raggiunto dai cibi a base vegetale. A tal punto da ritornare di loro spontanea volontà, e a riprese ormai concluse, in alcuni dei ristoranti o delle pasticcerie in cui abbiamo girato.
Lo sport ha un ruolo centrale nel film. Qual è l’obiettivo nel mostrare il lato “agonistico” della scelta plant-based?
Da ragazzo ho avuto una parentesi da sportivo agonista di livello nazionale. Mi allenavo 6 giorni a settimana e sacrificavo tempo ed energie per primeggiare nello sport. Non ero vegano all’epoca, ma onnivoro convinto. La mia condizione fisica era sempre altalenante. Senza dubbio lo stile di vita e certe abitudini alimentari che oggi definirei folli (come cenare alle 22:30 di sera) contribuivano a peggiorare la situazione. È innegabile però che oggi, a 40 anni suonati, sono decisamente più in salute che all’epoca. Tenevo quindi molto a mostrare nel mio documentario, come sia possibile ottenere risultati di livello mondiale e olimpico, anche (forse soprattutto) seguendo un’alimentazione a base vegetale.


Quali sono le tue aspettative per il lancio di “Maledetti vegani” e quale messaggio speri che resti impresso nel pubblico onnivoro?
Spero che il pubblico onnivoro percepisca le mie buone intenzioni. Il desiderio di creare un ponte di dialogo tra due visioni etiche totalmente opposte, che però possono attingere a sentimenti umani spesso condivisi da tutti, come amore ed empatia. Conosco onnivori che farebbero di tutto per il bene del proprio cane o gatto. Ecco, quell’empatia vorrei veicolarla, grazie al messaggio del documentario, anche su altri animali come agnelli, pulcini, vitelli, maiali o conigli.
Dietro le quinte: c’è una curiosità o un aneddoto particolare accaduto durante le riprese che ci puoi svelare in anteprima?
Ce ne sono davvero tanti, dal dover girare una scena in piena estate, in interni e senza condizionatori nella città più calda d’Italia (Firenze), alla pizza più costosa della mia vita in un paesino sperduto in località Montorio Romano. O ancora all’intervista a Massimo Manni del Santuario Capra Libera Tutti, durante la quale la mucca Rosita ha fatto sudare freddo alla nostra troupe con il suo carattere giocoso, abbinato ad una mole potenzialmente distruttiva per le nostre costosissime attrezzature. Tutta la produzione, in generale, è stata un’avventura. Speriamo ne sia valsa la pena. Di sicuro il cibo vegano offertoci durante le riprese era esente da qualunque critica. Eufemismo per dire che era spaziale!
In un’epoca di grandi contrapposizioni, “Maledetti vegani” ci ricorda che dietro ogni scelta c’è sempre una persona con le sue sfide, i suoi valori, con la sua storia. La forza di questo documentario non risiede nel giudizio, tanto meno nel desiderio di colpire, ma nella semplice capacità narrativa di aprire una finestra su una realtà possibile, dove il gusto non sacrifica l’etica e la performance sportiva diventa il manifesto di una nuova vitalità.
Forse, dopo aver visto queste storie, quel titolo provocatorio svanirà per lasciare spazio a una consapevolezza diversa: che essere “maledetti” è solo un altro modo per dire che si ha avuto il coraggio di cambiare prospettiva.
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