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Avalokita: il centro di meditazione ai piedi del Gran Sasso

Un racconto dal centro di meditazione Avalokita, ai piedi del Gran Sasso in Abruzzo, dove la meditazione nella tradizione di Thich Nhat Hanh invita a rallentare, respirare e ritrovare consapevolezza

Avalokita è un centro di meditazione ai piedi del Gran Sasso, in Abruzzo, dove si svolgono ritiri di meditazione e consapevolezza aperti a tutti. Il centro nasce dagli insegnamenti di Thich Nhat Hanh, monaco zen vietnamita e fondatore di Plum Village. Il nome deriva da Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione. Durante i ritiri si pratica la meditazione nella vita quotidiana — respirando, camminando, mangiando e lavorando insieme — con l’obiettivo di sviluppare presenza e consapevolezza.

Io, Giorgia e Letizia facciamo parte di un piccolo sangha che chiamiamo scherzosamente “sgangha”, una comunità informale senza maestro nata dal desiderio di meditare e crescere insieme. Siamo andati ad Avalokita per partecipare a un ritiro di meditazione di alcuni giorni, dedicato al tema dell’impermanenza secondo la tradizione di Thich Nhat Hanh. Un’esperienza di pratica condivisa fatta di meditazione, silenzio, momenti di riflessione e vita comunitaria.

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Siamo partiti verso l’una del pomeriggio da casa di Giorgia. Aveva organizzato tutto lei, con quella naturalezza che hanno le persone capaci di riconoscere i luoghi giusti. Con noi del nostro Sangha di Roma c’era anche Letizia e poi Barbara, che ancora non conoscevamo e che si era aggregata per fare il viaggio insieme.

La piccola trasferta è stata tranquilla, quasi sospesa, come se qualcosa fosse già iniziato prima ancora di arrivare. Man mano che ci avvicinavamo al Gran Sasso, il paesaggio cambiava. La montagna innevata appariva sempre più imponente, stabile, indifferente al movimento umano.

C’è qualcosa nella presenza di una grande montagna che non è solo estetico. È una forma di stabilità fisica che diventa stabilità interiore. Non è un caso che Thich Nhat Hanh abbia insegnato la cosiddetta meditazione della montagna, invitando i praticanti a percepirsi come una montagna: solida, immobile, non scossa dagli eventi superficiali.

Il centro di meditazione Avalokita si trova proprio lì, alle sue pendici, come se la montagna stessa ne fosse parte integrante. Quando siamo arrivati, ci ha accolti Marco, il factotum del centro. Vive in una piccola casetta nel paese vicino e si occupa della logistica e delle iscrizioni. È genovese, simpatico, con quella distensione che nasce spesso da chi ha attraversato trasformazioni profonde. Partecipava anche lui alle meditazioni, senza alcuna separazione tra chi organizza e chi pratica.

La prima sensazione è stata una calma immediata. Un senso di familiarità che mi ha ricordato il monastero Santacittarama in provincia di Rieti. Non un luogo estraneo, ma un luogo che riconosci, anche se non ci sei mai stato prima. Un luogo che, in qualche modo, ti “protegge”.

La semplicità di Avalokita: vivere con l’essenziale nel centro di meditazione

Avalokita è costruito in gran parte in legno. Le stanze sono essenziali, ordinate, funzionali. La nostra era una camera da quattro persone con un letto a castello, un lavandino, uno specchio e tre finestre luminose affacciate sul paesaggio. Ho preso posto sul letto a castello con una sensazione quasi infantile. Un ritorno involontario a una dimensione più semplice della vita.

Dopo esserci sistemati, siamo entrati nella sala lettura dove abbiamo iniziato a socializzare con alcune persone che credevamo partecipanti come noi. Solo più tardi abbiamo scoperto che erano facilitatori, praticanti esperti che accompagnano i ritiri secondo gli insegnamenti di Thich Nhat Hanh.

Il primo incontro nella sala di meditazione non è stato una meditazione seduta, ma un rilassamento profondo guidato da sdraiati. Dopo il viaggio è stato come attraversare una soglia invisibile. Mi sono sdraiato in fondo alla sala vicino alla grande campana, alla statua del Buddha e all’immagine del maestro Thich Nhat Hanh. Mi sono abbandonato completamente, credo anche di aver russato leggermente. Non sapevo cosa aspettarmi. E questo era perfetto.

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La giornata nel centro di meditazione Avalokita

Ad Avalokita la giornata inizia alle 6 del mattino con il suono lieve della campana. Non è un suono aggressivo, non sveglia il corpo con violenza, lo invita. Ci si alza lentamente, si scendono le scale in silenzio e ci si prepara per la meditazione.

Alle 6:30 tutti sono nella sala, scalzi. La meditazione seduta dura circa mezz’ora, seguita da esercizi corporei guidati: una forma fluida tra stretching, respirazione consapevole e movimenti ispirati anche al Tai Chi. Ci si risveglia senza sforzo, senza competizione.

Per questi esercizi siamo stati guidati da Luigi, che ancora non conoscevamo ma che aveva una lunga esperienza di ritiri in luoghi lontani, persino in Tibet. Poi arriva la colazione: tahin, pane, cereali caldi simili a una kasha, macedonia fresca, marmellata, frutta secca. Il menu anche del pranzo e della cena equilibrato ma sobrio, essenziale, un po’ come lo spirito generale del ritiro.

 

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Tutti in silenzio rispettoso fino alla fine della colazione interrotta a metà solo dal rintocco della campana atto determinare la nostra attenzione ciò che si fa in quel momento preciso, al famoso qui e ora. Mangiare in silenzio cambia completamente l’esperienza. Il cibo diventa più presente, più nutriente, più reale. Si mastica con calma. Si sente davvero ciò che si sta facendo.

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Il “fare insieme con gioia”

Ogni giorno c’è un momento chiamato “fare insieme con gioia”. Non è un lavoro imposto ma una pratica anch’essa. Si esce all’aperto. Si prendono attrezzi, guanti e carriole dalla cascina degli attrezzi. Si rastrellano le foglie, si puliscono i vialetti, si pacciamano le piante da frutto, si concima il terreno.

Ogni ritiro farà cose diverse, a seconda della stagione e delle necessità della casa. Tutto viene fatto lentamente e non per inefficienza, ma per presenza. Ogni gesto diventa completo in sé. Non si lavora per finire il lavoro. Si lavora per essere presenti mentre lo si compie. Molti sorrisi, anche se in silenzio, un divertimento sobrio con la sensazione di essere tutti collegati e anche un modo per respirare profondamente e far circolare il sangue.

I laboratori interiori

Uno degli aspetti più profondi del ritiro sono stati i laboratori interiori guidati dai facilitatori. Ci era stato chiesto di portare fotografie di noi stessi da bambini, forbici e colla. Seduti nella sala di meditazione, ritagliando immagini da vecchie riviste, abbiamo iniziato a creare collage. Non collage estetici, ma collage interiori. Accostando immagini, simboli e frammenti che risuonavano con qualcosa di profondo dentro di noi. Non si trattava di creare qualcosa di bello, ma di rivelare qualcosa di vero.

Dopo aver completato i collage, siamo stati guidati in una riflessione profonda. Le immagini diventavano porte di accesso a memorie dimenticate, emozioni antiche, parti di noi stessi che continuano a esistere sotto la superficie della vita adulta. Questi esercizi non erano psicologia nel senso clinico del termine. Erano pratiche di consapevolezza. Un modo per incontrare sé stessi senza giudizio.

Avalokita centro meditazione
Avalokita centro meditazione

L’impermanenza: il tema del ritiro ad Avalokita

Il tema del ritiro ad Avalokita è stato l’impermanenza. Non era solo uno degli argomenti affrontati durante gli incontri: era il filo conduttore dell’intera esperienza. Tutte le pratiche — dalla meditazione seduta ai laboratori interiori, fino ai momenti di condivisione — ruotavano attorno a questo principio centrale della filosofia buddhista.

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L’impermanenza è uno degli insegnamenti fondamentali del buddhismo e indica una realtà semplice ma profonda: tutto cambia continuamente. Nulla rimane identico a sé stesso. Il respiro nasce e muore, i pensieri appaiono e scompaiono, le emozioni emergono e si dissolvono, il corpo stesso cambia di momento in momento.

Anche le situazioni della vita, le relazioni, i successi e le difficoltà seguono questo stesso movimento. Comprendere profondamente l’impermanenza non significa diventare pessimisti. Al contrario, significa riconoscere che proprio perché tutto cambia, ogni istante è prezioso.

Nel buddhismo questa comprensione porta a una forma di libertà interiore: quando smettiamo di aggrapparci a ciò che per natura è destinato a mutare, la sofferenza si riduce e diventa possibile vivere con maggiore apertura e leggerezza. Su Veggie Channel torneremo ad approfondire questo tema grazie a un articolo dedicato all’impermanenza nel buddhismo scritto da Giorgia Rosato, che esplorerà più a fondo il significato filosofico e psicologico di questo insegnamento.

Domenico e il colibrì

Tra le persone incontrate, una delle più straordinarie è stata Domenico. Parlava poco. Stava spesso in disparte, immerso nei suoi acquerelli, nelle sue matite colorate e nei suoi fogli. Disegnava continuamente.

Una notte è rimasto sveglio fino a tardi per realizzare simboli giapponesi per ciascuno di noi, rappresentazioni visive dei temi del ritiro. Si è alzato alle quattro del mattino per completarli. Alla colazione ce li ha consegnati.

A me ha regalato anche un origami sofisticato: un colibrì dipinto a mano, sapendo che mia moglie Julia ama profondamente gli uccelli.

Domenico è un maestro di aikido. Un uomo di grande disciplina interiore, ma soprattutto di grande gentilezza. Un esempio vivente di ciò che accade quando la pratica diventa vita.

La decisione silenziosa

Alla fine del ritiro ci siamo riuniti tutti nella sala di meditazione per un ultimo momento di condivisione. Eravamo seduti in cerchio, nello stesso spazio che ci aveva accolti nei giorni precedenti, quello spazio che lentamente era diventato familiare, quasi protettivo.

Ognuno, o meglio chi lo desiderava, poteva prendere la parola e dire cosa si portava a casa. Le parole degli altri erano semplici, sincere e piene di emozioni. Alcuni parlavano di pace ritrovata, altri di riconciliazione con parti di sé stessi, altri ancora non riuscivano a parlare senza commuoversi.

Non c’era nulla di costruito, solo esseri umani che, per qualche giorno, avevano smesso di difendersi. Quando è arrivato il mio turno, mi sono accorto di non avere nulla di preparato. Ero rimasto in silenzio, non perché non fosse accaduto nulla ma perché ciò che era accaduto non apparteneva alle parole, o meglio non volevo condividerlo. Poi, in quel silenzio, ho compreso una cosa con chiarezza, durante quei giorni, senza sforzo e senza una decisione razionale, qualcosa dentro di me si era allineato e avevo preso una decisione importante. Avrei detto questo alla comunità ma non di cosa si trattava.

Mi sono accorto di aver preso quella decisione importante proprio grazie alla domanda di uno dei facilitatori: “Cosa vi portate a casa?” A volte una domanda posta nel momento giusto costringe la mente a fermarsi e a guardare dentro di sé. Ed è proprio in quel momento che diventa possibile riconoscere ciò che davvero pensiamo, vogliamo o desideriamo. A volte serve una “spinta gentile” per farti avanzare. Non ho spiegato pubblicamente quella decisione perché penso che alcune decisioni hanno bisogno di restare in uno spazio intimo, almeno all’inizio. Ho semplicemente ringraziato Giorgia per avermi portato lì e ho ho detto che mi portavo a casa il desiderio di rafforzare e allargare il Sangha.

Avalokita, Centro di meditazione e vita consapevole

Edito da

Massimo Leopardi, co-fondatore e direttore di Veggie Channel. Da oltre un decennio, Massimo è un punto di riferimento nella comunità vegana italiana. Dal 2008, ha prodotto numerosi video, esplorando l'intersezione delle diete a base vegetale con salute, ambiente e diritti degli animali. Si distingue per un approccio basato su solide basi scientifiche e l'integrità professionale, con capacità che spaziano dalla scrittura, al filmmaking, all'editing video. Sempre pronto a ispirare con la sua competenza e sincerità.

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