Plant-Based Universities, dalle aule del Regno Unito al cuore di Bologna, il movimento studentesco che chiede mense sostenibili per contrastare il cambiamento climatico e la crisi ecologica
L‘alimentazione vegetale non è solo una scelta individuale, è un atto politico e ambientale collettivo. E quando entra negli spazi pubblici, come le mense universitarie, diventa una responsabilità delle istituzioni. Recentemente ho avuto il piacere di approfondire la realtà di Plant-Based Universities (PBU), una campagna internazionale guidata dagli studenti nata nel 2021 nel Regno Unito. L’obiettivo è chiaro e ambizioso: spingere gli atenei a eliminare i prodotti di origine animale dalle mense per abbattere l’impatto ecologico del settore universitario e favorire la salvaguardia dell’ambiente.
Mentre in Irlanda, Svizzera, Germania e Paesi Bassi le prime mense 100% vegane sono già realtà, in Italia la sfida è appena iniziata. A raccoglierla è stato un gruppo di studenti e ricercatori dell’Università di Bologna, che ha fondato il capitolo bolognese del movimento, PBU Bologna.
Perché proprio a Bologna? Perché un’università che si definisce sostenibile non può ignorare l’urgenza di contrastare il cambiamento climatico a partire da ciò che finisce nei piatti dei suoi studenti. Che si parta dall’etica animalista, dalla salute o dalla necessità di proteggere gli ecosistemi, le nostre strade si intrecciano in un unico approccio consapevole. Siamo tutti ingredienti di uno stesso piatto: la nostra salute, quella degli animali e la tutela dell’ambiente e delle sue risorse sono interconnesse.
Intervista ad Alessandra Meriani (PBU Bologna), portavoce del chapter bolognese e dottoranda dell’Università di Bologna
Alessandra, partiamo dalle origini. Com’è nata la Plant-Based Universities a livello internazionale e come si è diffusa per promuovere la salvaguardia dell’ambiente?
Intanto grazie a Isabella e a Veggie Channel per questo spazio e per l’impegno che dedicate da tempo alla sostenibilità alimentare: credo sia fondamentale continuare ad aprire occasioni di dialogo, soprattutto quando si discute del ruolo che le istituzioni possono avere nel guidare il cambiamento.
Plant-Based Universities (PBU) nasce nel 2021 nel Regno Unito, in tre atenei (King’s College London, University College London e University of Warwick) dall’iniziativa di studenti che si sono posti una domanda che ritengo tanto semplice quanto scomoda: se le università studiano la crisi climatica, perché continuano a servirne le cause nei propri piatti? Da questa riflessione prende forma la richiesta di una ristorazione universitaria 100% vegetale, giusta e sostenibile.
La campagna si è diffusa rapidamente: nel giro di un anno ha coinvolto oltre 20 università nel Regno Unito, dando vita a dibattiti, mozioni e votazioni storiche, come quella dell’Università di Stirling, seguita da atenei prestigiosi come Cambridge e Birmingham.
Da lì il movimento ha iniziato a crescere oltre i confini britannici, arrivando progressivamente in diversi Paesi europei, tra cui Germania, Austria, Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Polonia. Oggi PBU conta capitoli attivi in oltre 70 università e campagne in 10 Paesi.
Non si tratta solo di attivismo studentesco. La richiesta si fonda su evidenze scientifiche solide: sempre più studi accademici mostrano con chiarezza quanto la produzione di alimenti di origine animale incida su emissioni di gas serra, uso del suolo e perdita di biodiversità. Con la sua proposta PBU non intende regolamentare le scelte individuali, perché riteniamo che la questione sia prima di tutto istituzionale. Il nostro è un invito alle università a ripensare il proprio approvvigionamento alimentare e a disinvestire dai prodotti di origine animale nei punti di ristorazione.
Questo perché noi di PBU crediamo che le università, in quanto istituzioni che generano conoscenza e orientano valori collettivi, non possano limitarsi a studiare il problema: devono interrogarsi sulla coerenza tra ciò che insegnano, ciò che dichiarano e ciò che praticano quotidianamente.
Perché avete scelto proprio Bologna per lanciare questa sfida di contrasto al cambiamento climatico?
Bologna non è stata una scelta casuale. L’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna è considerata la più antica università del mondo occidentale, fondata nel 1088, e rappresenta da secoli un punto di riferimento culturale e accademico in Europa. Ciò che accade qui ha un valore simbolico che va oltre le mura della città.
Oggi l’Alma Mater è riconosciuta come una delle università più attente alla sostenibilità: nella nuova edizione 2025 del ranking GreenMetric (che valuta le politiche ambientali adottate dagli atenei a livello globale) si è classificata prima in Italia e nona al mondo, su oltre 1.500 atenei. È un risultato molto importante, che testimonia un impegno concreto.
Ed è proprio questo il punto: quando un’università si colloca tra le più sostenibili a livello globale, ha l’opportunità, e anche la responsabilità, di tradurre quella leadership in scelte coerenti. Le politiche alimentari non sono un dettaglio marginale poiché fanno parte a pieno titolo delle strategie ambientali, tanto quanto l’efficienza energetica o la mobilità sostenibile, settori nei quali l’Università di Bologna ha già avviato trasformazioni significative.
Qual è stato l’impatto della vostra proposta sugli altri studenti? Avete percepito una reale consapevolezza sull’urgenza climatica?
L’impatto è stato interessante e, in parte, anche sorprendente. Di sicuro abbiamo percepito tanto supporto e una forte sensibilità sul tema climatico: molti studenti sono consapevoli dell’urgenza ambientale e riconoscono che il sistema alimentare ha un ruolo centrale nella crisi ecologica.
Allo stesso tempo, come è naturale quando si toccano abitudini e valori personali, sono emerse anche reazioni contrastanti. Alcuni hanno percepito la richiesta di PBU Bologna come un’imposizione su una scelta individuale. È un timore che ascoltiamo con attenzione, ma il punto chiave della nostra proposta non è assolutamente regolamentare la dieta dei singoli. Le mense universitarie non definiscono l’alimentazione complessiva di una persona; la questione riguarda piuttosto il livello istituzionale: quali pratiche decide di sostenere un’università che si impegna nella transizione ecologica?
Il fatto che la nostra mozione sia stata approvata dal Consiglio degli Studenti dimostra che esiste molta apertura e disponibilità a fare questo passo più lungo. Per noi di PBU-Bologna, la vera consapevolezza non è solo riconoscere e quantificare la crisi globale in atto, ma chiedersi quale ruolo possiamo avere, come comunità accademica, nel rispondervi.
Avete ottenuto un primo successo: la vostra mozione quindi è stata approvata dal Consiglio degli Studenti. Quali sono i prossimi passi per la messa in pratica?
Sì, Isabella, per noi è stato un passaggio molto importante. Il prossimo passo ora è aprire un dialogo strutturato con l’Ateneo bolognese e con gli enti locali che gestiscono la ristorazione universitaria. Sappiamo che una transizione di questo tipo richiede confronto e gradualità perché sono coinvolti aspetti economici, logistici, nutrizionali e organizzativi che devono essere affrontati con la dovuta serietà.
Il nostro obiettivo non è imporre un cambiamento dall’alto, ma costruire un percorso condiviso, basato su dati e fattibilità. Vogliamo capire quali margini di sperimentazione possano essere attivati, quali modelli siano già stati implementati in altre università europee e come adattarli al contesto bolognese.
Allo stesso tempo continueremo a lavorare sulla dimensione informativa e culturale, perché ogni trasformazione strutturale ha bisogno di consapevolezza e partecipazione della collettività. Possiamo dire che l’approvazione della mozione ci ha dato legittimità istituzionale.
Quali sono le principali difficoltà che state incontrando?
Al momento le difficoltà per PBU-Bologna sono di due tipi: culturali e operative. Sul piano culturale, soprattutto in Italia, e soprattutto in una città come Bologna, dove la tradizione gastronomica è parte integrante dell’identità collettiva, il cibo non è mai solo nutrimento. Per molti studenti, in particolare quelli fuorisede, il cibo è un legame con la propria terra e con la famiglia. Quando si parla di alimentazione, quindi, le reazioni sono spesso emotive prima ancora che razionali. Il rischio è che la nostra proposta venga interpretata come un giudizio morale sulle scelte personali, mentre il nostro intento è aprire una riflessione sul piano istituzionale, non su quello individuale.


Sul piano tecnico, invece, entrano in gioco aspetti concreti: contratti di fornitura, sostenibilità economica, organizzazione delle mense. Sono questioni complesse, soprattutto per un gruppo di studenti, ma siamo fiduciosi che possano essere affrontate attraverso il dialogo e il coinvolgimento della comunità.
Quali sono i vostri progetti futuri e come possono studenti o aziende locali sostenervi?
I nostri progetti futuri sono prima di tutto progetti di dialogo. Vogliamo continuare a costruire confronto all’interno dell’Ateneo e del Comune di Bologna, coinvolgendo studenti, docenti, personale tecnico e chi si occupa della ristorazione, per individuare insieme i passi concreti verso mense universitarie più sostenibili.
Stiamo lavorando per organizzare momenti di approfondimento, incontri informativi e occasioni di discussione aperta, perché crediamo che ogni trasformazione duratura nasca dalla partecipazione, non dall’imposizione.
Agli studenti chiediamo di non restare spettatori di ciò che succede attorno a loro. Alle aziende locali chiediamo apertura e collaborazione. Il territorio bolognese ha competenze straordinarie nel campo agroalimentare: immaginiamo filiere vegetali innovative, partnership con produttori sostenibili, sperimentazioni che possano diventare esempi virtuosi anche oltre l’università. Crediamo che un’economia davvero florida sia quella che investe nell’innovazione sostenibile, che anticipa le trasformazioni invece di opporsi ad esse. La transizione alimentare non è una rinuncia, ma un’opportunità anche per il territorio e per le imprese.
L’invito è aperto a chiunque voglia contribuire alla nostra causa, con idee, competenze o semplicemente con la volontà di partecipare.
Una scelta di coraggio per il futuro
Dare visibilità a PBU Bologna significa mostrare i volti di chi ha deciso di agire concretamente per dei valori. Rispetto per gli animali, impatto ambientale e contrasto al cambiamento climatico sono entrambi ingredienti per un futuro più vegetale e consapevole. Aumentare la consapevolezza e prendere atto del potere delle nostre scelte è solo il primo passo. Avviare il cambiamento è un percorso necessario, ma per cambiare davvero le cose serve coraggio. Vedere giovani studenti e ricercatori lottare per un piatto più giusto ci ricorda che ogni scelta alimentare è un voto per il rispetto della vita.
Persona intervistata: Alessandra Meriani Doctoral Researcher PhD in Public Governance, Management and Policy Alma Mater Studiorum
University of Bologna
Department of Statistical Sciences – Via Belle Arti, 41
Department of Agricultural and Food Sciences – Viale Giuseppe Fanin, 50
alessandra.meriani2@unibo.it
Fonti:
https://magazine.unibo.it/it/articoli/luniversita-di-bologna-e-la-piu-sostenibile-ditalia-e-tra-le-prime-dieci-al-mondo Nella nuova edizione 2025 del ranking GreenMetric l’Alma Mater è al primo posto a livello nazionale e al nono posto al mondo tra gli atenei più attenti alla sostenibilità. A certificarlo è la nuova edizione del ranking GreenMetric, che valuta le azioni e le politiche adottate dalle università in campo green: la classifica include più di 1.500 atenei.
Sito di Plant Based Universities
Ridotto impatto ambientale dell’alimentazione vegetale:
- Comparison of environmental impacts of individual meals – Does it really make a difference to choose plant-based meals instead of meat-based ones?
- Dietary change in high-income nations alone can lead to substantial double climate dividend
- If the world adopted a plant-based diet, we would reduce global agricultural land use from 4 to 1 billion hectares
- Assessing the efficiency of changes in land use for mitigating climate change
- Feeding ten billion people is possible within four terrestrial planetary boundaries
- Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers
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