Veggie life for Veggie people
 

Rifiuti da imballaggio, come ridurre l’impatto con scelte consapevoli

La produzione di rifiuti da imballaggio è cresciuta di 31 kg pro capite in dieci anni, ne parliamo con il caporedattore di Italia che Cambia per capire come muoverci tra regolamenti europei, strategie industriali e consumo critico

Ogni anno ciascuno di noi produce in media 186,5 chili di rifiuti da imballaggio ed è sempre più urgente la necessità di mettere in atto strategie e scelte consapevoli per ridurre il nostro impatto sull’ambiente.

Vaschette, pellicole, cartoncini promozionali e plastica monouso, la quantità di materiale superfluo che accompagna i prodotti che consumiamo è impressionante e genera un impatto ambientale ed economico insostenibile.

radioveg.it

Eurostat conferma un trend in crescita dal 2012 al 2022, ma negli ultimi anni si intravedono segnali di inversione grazie anche a nuove normative europee. È davvero efficace quello che già si sta facendo?

Per capire meglio come affrontare questa sfida, il caporedattore di Italia che Cambia, Francesco Bevilacqua, firma questo contributo in esclusiva per Veggie Channel, al fine di promuovere uno stile di vita più sostenibile.

Rifiuti da imballaggio: 186 kg a testa ogni anno, un problema ambientale (ed economico) che ci riguarda tutti

Quanti rifiuti produciamo davvero?

186,5 chili. È questa secondo Eurostat la quantità di rifiuti da imballaggio che ciascuno di noi produce ogni anno – il dato è riferito al 2022.

Macrolibrarsi

Fateci caso: quante confezioni spesso inutili, vaschette, tappi, tre giri di cellophane, cartoncini di promozioni e altre iniziative di marketing siamo costretti a sballare prima di attivare al prodotto che vogliamo consumare? L’impatto di questo pratica antiecologica – ma anche antieconomica, almeno per chi acquista – è enorme tenendo presenti tutte le voci inquinanti, dalla produzione al processo di confezionamento, dall’impatto ecologico di trasportare oltre al prodotto anche il suo imballaggio fino allo smaltimento.

Un trend negativo, ma qualcosa si muove

Il trend del decennio 2012-2022 è fortemente negativo, con un aumento di 31 chili/annuo di produzione pro capite di rifiuti da imballaggio. Ma negli ultimi anni le cose sembrano in miglioramento, grazie anche a una maggiore consapevolezza da parte del mondo istituzionale che ha fatto qualche mossa.

La principale è il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, che è in vigore dal febbraio di quest’anno ma sarà pienamente operativo solo a partire da agosto 2026. Sono molteplici gli obiettivi strategici della norma, con alcuni principali – la riduzione graduale dei rifiuti prodotti con l’obiettivo del -15% entro il 2040 – e altri che, oltre a ridurre drasticamente le produzioni, vogliono introdurre il principio di circolarità.

Per esempio, si prevede che entro il 2040 la percentuale di materiale per imballaggi sia riutilizzabile ed effettivamente inserito all’interno di un sistema di riutilizzo e si chiede che venga ridotto l’impiego della plastica monouso. Nel regolamento si pensa anche ad altre conseguenze nocive per la salute umana e dell’ecosistema, come l’impiego dei PFAS – sostanze chimiche industriali che da anni contaminano acque e suoli con elementi tossici – o la responsabilità estesa del produttore: si dovrà garantire che le tariffe per i produttori siano sufficienti a coprire il costo della gestione completa dei rifiuti degli imballaggi.

Le resistenze dei produttori

Questo passo avanti è importante ma non risolutivo, anche perché il mondo dei produttori ha subito contestato il provvedimento. L’Italia è fra gli attori che hanno contestato con più forze le restrizioni imposte: il nostro governo – insieme a quello finlandese – ha presentato una controproposta in cui chiede di non fissare alcun obiettivo per il riuso e lasciare libertà di utilizzo di qualsiasi tipo di imballaggio monouso.

Abbonamento Terranuova

Il ruolo dei consumatori: il consumo critico e consapevole

La differenza però – ancora una volta – la facciamo noi. Attraverso il consumo critico è possibile premiare i marchi che utilizzano imballaggi con meno materiale o materiale inseribile in una catena di riutilizzo – molto meglio – o almeno di riciclo e penalizzare quelli con packaging complessi e inquinanti. Senza dimenticare che le confezioni sono anche un potente strumento di marketing. Si può citare a questo proposito il fenomeno dello shrinkflation – traducibile in “restringimento inflattivo” – che è la riduzione della quantità di prodotto all’interno della confezione.

Questo comporta un danno economico a carico di chi acquista, poiché il prezzo generalmente rimane invariato ma di fatto aumenta – se prima pagavamo 2 euro una confezione con 10 biscotti dentro o ora paghiamo la stessa cifra per 8 biscotti il costo per ogni biscotto è maggiore. Ma si verifica anche un danno ecologico, poiché si utilizza la stessa quantità di materiale da imballaggio per una quantità minore di prodotto.

rifiuti da imballaggio
prodotti sfusi

Gli esempi virtuosi

Per fortuna esistono anche esempi virtuosi. Sono sempre di più i marchi anche della grande distribuzione che offrono prodotti sfusi e alla spina. Greenpeace ha effettuato un’indagine per scoprire quali marchi rispettano le direttive del Decreto Clima del 2019, che dice che “ai clienti è consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare”. L’indagine è stata svolta nel 2022 e nei 54 punti vendita visitati da volontarie e volontari di Greenpeace, in 24 è stato concesso loro di utilizzare il contenitore portato da casa per acquistare alimenti.

Il risultato non è ancora soddisfacente, certo, ma esistono alternative ancora più etiche

Ci sono molti punti vendita disseminati per il paese nati con l’obiettivo specifico di proporre prodotti sfusi – e spesso anche locali, stagionali, equo-solidali e biologici.

Alcuni esempi? Camilla, la food coop di Bologna, dove tantissimi prodotti – dalla pasta ai detersivi – sono disponibili alla spina. O ancora Lo Spaccio, a Viareggio, dove tutto è sfuso e si può mettere nei propri contenitori, le verdure e il banco del fresco offrono prodotti locali a cui Serena e Monica – le due sorelle che hanno fondato il progetto – sono riuscite a ridare un volto connettendo produttori e consumatori.

Anche per le persone più pigre esistono soluzioni per ridurre l’impronta ecologica della propria spesa. Ad esempio, Sfusitalia, la mappa creata dalla divulgatrice Ottavia Belli che censisce tutti i negozi in Italia presso cui è possibile acquistare prodotti alla spina, oltre a offrire servizi di promozione e valorizzazione delle attività mappate. Oppure Negozio Leggero, una rete di punti vendita disseminati in giro per il paese, da Torino a Palermo, specializzata nell’e-commerce di prodotti sfusi.

Consigliamo anche: Cosmetici solidi e sostenibilità, quali vantaggi?

Plastica di patate, che cos’è?

Veggie Channel e Italia che Cambia, insieme, per il cambiamento

Edito da

Naturopata, food coach e dottoressa in psicologia, esperta di alimentazione ed igiene naturale, di tecniche di rilassamento e mindfulness, vegan food blogger, segue attraverso consulenze online le persone nel cambio di alimentazione e di stile di vita. Conduttrice radio/tv, attrice ed autrice di libri per bambini e ragazzi. Suo il blog www.isabellavendrame.com in cui trovare articoli e ricette. Segue da diversi anni un'alimentazione vegetale e senza glutine, genuina e naturale, uno stile di vita che le ha regalato salute, sorriso e benessere.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO