Un’analisi scientifica con la Dott.ssa Anna Herby sulle Dietary Guidelines USA 2025–2030
Il 7 gennaio 2026 negli Stati Uniti sono state pubblicate le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025–2030. La notizia ha rapidamente superato i confini nazionali, suscitando perplessità, interrogativi e un acceso dibattito anche a livello internazionale.
Non tanto perché le nuove linee guida introducano raccomandazioni radicalmente diverse dal passato, quanto per le evidenti contraddizioni interne al documento e per la scelta comunicativa di presentare una piramide alimentare “rovesciata”, capace di generare più confusione che chiarezza.
Di fronte a cambiamenti che riguardano la salute pubblica, la prevenzione delle malattie croniche e l’orientamento dei sistemi alimentari, Veggie Channel ha scelto di fare ciò che considera più utile: fermarsi, approfondire e chiedere spiegazioni a chi lavora quotidianamente con la scienza della nutrizione. Non per schierarsi, ma per informare.
Perché abbiamo intervistato Anna Herby
Per fare chiarezza abbiamo intervistato la Dott.ssa Anna Herby, Doctor of Health Science (DHSc), Nutrition Education Specialist presso il Physicians Committee for Responsible Medicine (PCRM), da anni impegnata nella ricerca e nella divulgazione sulla nutrizione plant-based e collaboratrice del Dott. Neal Barnard.
L’obiettivo dell’intervista non era commentare una notizia o alimentare una polemica, ma comprendere cosa dicono realmente le evidenze scientifiche e dove si crea lo scarto tra la ricerca nutrizionale e le linee guida finali presentate al pubblico.
Cosa resta valido nelle nuove Dietary Guidelines
Una parte delle nuove Dietary Guidelines non introduce reali novità. Le raccomandazioni su frutta e verdura, ad esempio, restano sostanzialmente in linea con quelle delle edizioni precedenti. La ricerca scientifica continua infatti a confermare il ruolo protettivo di questi alimenti, grazie all’apporto di fibre, antiossidanti e fitocomposti, associati a una riduzione del rischio di numerose patologie croniche.
Anche il limite ai grassi saturi, fissato formalmente al di sotto del 10% delle calorie totali, viene ribadito. Dal punto di vista teorico, quindi, alcuni capisaldi della nutrizione preventiva restano invariati.
Il problema nasce quando queste affermazioni vengono messe in relazione con altre raccomandazioni operative e con il messaggio visivo veicolato dalla nuova piramide alimentare.
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La piramide rovesciata e il messaggio implicito
La nuova rappresentazione grafica ha avuto un impatto comunicativo enorme. Nella piramide rovesciata, carne, formaggi e latticini interi occupano una posizione di forte evidenza visiva, inducendo molti a interpretare il messaggio come un invito ad aumentarne il consumo.
Qui si crea una contraddizione profonda. Gli stessi alimenti messi in primo piano sono tra le principali fonti di grassi saturi, noti per la loro associazione con un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, obesità, alcuni tumori e declino cognitivo.
La raccomandazione di tre porzioni giornaliere di latticini, se applicata con prodotti interi, rende di fatto impossibile rispettare il limite dei grassi saturi dichiarato dalle stesse linee guida. Il risultato è un documento che, pur mantenendo formalmente alcuni limiti, li rende impraticabili nella vita reale.
Proteine, diete low-carb e generalizzazioni discutibili
Un altro punto critico riguarda la forte enfasi sulle proteine e la riduzione implicita dei carboidrati, in linea con modelli alimentari low-carb e chetogenici oggi molto diffusi.
Questa impostazione nasce da una selezione parziale delle evidenze scientifiche. Studi condotti su piccoli gruppi, su soggetti in forte restrizione calorica o su atleti vengono generalizzati all’intera popolazione. Il messaggio che passa è che aumentare le proteine, soprattutto di origine animale, sia una strategia universale per migliorare salute e metabolismo.


La letteratura scientifica, però, non supporta questa semplificazione. In particolare, quando l’aumento proteico deriva da alimenti ricchi di grassi saturi, il rischio è quello di peggiorare proprio le condizioni metaboliche che si vorrebbero prevenire, come diabete, obesità e malattie cardiovascolari.
Trasparenza e conflitti di interesse
Uno degli aspetti più delicati messi in luce durante l’intervista riguarda il processo di elaborazione delle linee guida. Il precedente Dietary Guidelines Advisory Committee, composto da esperti indipendenti, aveva lavorato per due anni in modo trasparente, con incontri pubblici e una vasta analisi della letteratura scientifica.
Quel rapporto raccomandava chiaramente un maggiore spazio per le proteine vegetali, i cereali integrali, una riduzione di carne e latticini e l’uso dell’acqua al posto del latte come bevanda principale.
Quel lavoro è stato di fatto accantonato e sostituito da un gruppo ristretto di autori con legami dichiarati con l’industria della carne, dei latticini e delle diete low-carb, in un processo molto meno trasparente. Questo aiuta a comprendere perché le linee guida finali si discostino in modo così evidente dalle raccomandazioni scientifiche precedenti.
Diete vegetariane: una rappresentazione sbilanciata
Particolarmente critica è la sezione dedicata alle diete vegetariane. Le nuove Dietary Guidelines presentano un lungo elenco di possibili carenze nutrizionali, basato però su modelli teorici incompleti, in cui vengono rimossi alimenti animali senza introdurre adeguate alternative vegetali.
Questo approccio ignora completamente i benefici documentati delle diete plant-based ben pianificate e produce un’immagine distorta della nutrizione vegetale. Una dieta vegana varia ed equilibrata è nutrizionalmente adeguata per tutte le fasi della vita, con l’unica integrazione universalmente raccomandata della vitamina B12.
Scuole, ospedali e salute pubblica
Le Dietary Guidelines non restano sulla carta. Influenzano direttamente mense scolastiche, ospedali, carceri e programmi pubblici di alimentazione. Le contraddizioni interne al documento rischiano di tradursi in confusione operativa, aumento dei costi e difficoltà nel fornire pasti realmente salutari.
Senza indicazioni chiare e senza adeguati finanziamenti, l’impatto sulla salute pubblica potrebbe essere molto diverso da quello dichiarato nelle intenzioni ufficiali.


